Panettoni padovani per i regali del Papa
Il Gazzettino di Padova, venerdì 23 dicembre, pagina V
Il nuovo decreto “svuotacarceri”, le continue proteste per le condizioni inumane dei detenuti, i troppi suicidi, la recente visita del Papa a Rebibbia. Sembra che sulle case di detenzione italiane sia stato puntato uno spot continuo.
«Se ne sta andando un anno tutto da dimenticare per le drammatiche condizioni delle carceri italiane», dice Nicola Boscoletto, presidente del consorzio sociale Rebus e vicepresidente della cooperativa Giotto. «Per contro, è stato un anno indimenticabile per i dolci sfornati nella pasticceria della Casa di reclusione di Padova. La notizia più recente viene dalla prestigiosa rivista Il Gambero Rosso: scalate ben quattro posizioni in classifica e raggiunto un quinto posto che proietta il panettone de “I dolci di Giotto” ai vertici nazionali».
Merito dei detenuti pasticceri di via Due Palazzi, che già lo scorso novembre erano stati ospiti all’Hotel Cavalieri di Roma alla festa per i 25 anni del Gambero Rosso come una tra le ottocento eccellenze italiane del mondo enogastronomico. Neppure Benedetto XVI è rimasto insensibile alla fragranza e al profumo dei prodotti natalizi padovani e – c’è da scommetterci – al risvolto umano e sociale di una produzione che, assieme ad altre (meccanica, valigeria, gioielli, cucina, call center), dà lavoro e speranza a oltre 120 detenuti.
«L’anno scorso – ricorda Boscoletto – per la prima volta dal Vaticano era giunto un consistente ordine per i regali natalizi personali di Sua Santità. E anche per il 2011 è arrivata la conferma, con una confezione speciale personalizzata da un chilo e mezzo. A questo proposito viene spontaneo esprimere dal carcere di Padova una profonda gratitudine al Santo Padre per la visita pastorale al carcere di Rebibbia di Roma: è stato un grande segno di speranza di cui il carcere, ma non solo, ha estremo bisogno. Come ha detto il ministro Paola Severino, un avvenimento che ha commosso tutti. L’augurio è che possa trarre da esso la forza per portare avanti le riforme che ha già messo in cantiere».
«È un tentativo, quello del carcere di Padova – conclude Boscoletto -, che vuol essere un punto di speranza, una strada buona da percorrere nel segno dell’applicazione delle nostre leggi, in primis l’articolo 27 della Costituzione. Un bene vero che come tale è una possibilità di bene per tutti».
«Eravamo nove amici davanti ad un notaio»
La cooperativa che da più di 25 anni si occupa dell’attività lavorativa dei detenuti padovani nacque davanti ad un notaio. «Nel luglio del 1986 – racconta Nicola Boscoletto – ci trovammo in nove davanti al notaio: allora creammo una cooperativa vocata alla gestione del verde. Andò avanti così per quattro, cinque anni. Nel 1991 incrociammo due grandi realtà sociali, il carcere e la disabilità. Lanciammo un’idea: in carcere vivevano 700 persone che non facevano niente dalla mattina alla sera. Possibile non riuscire farli lavorare? Così organizzammo un corso di giardinaggio per venti detenuti. Oggi siamo arrivati alla ventesima, con un totale di 380 detenuti formati. Sono stati selezionati per lavorare all’interno, poi all’esterno in misure alternative: escono a lavorare e rientrano per la notte».
«In carcere nove su dieci non hanno un curriculum lavorativo, non sanno nemmeno cosa sia lavorare. Nel 2001 arrivò la normativa per far ritornare appetibile il lavoro all’interno delle carceri. Quando non si fa nulla, il carcere è solo l’università del crimine. Entrano ladruncoli, escono criminali professionisti. In realtà, proprio oggi, quando si chiede più sicurezza, il carcere, avendo perso il suo fine vero, sostanzialmente invece di produrre bene, produce male. Si chiede sicurezza, creiamo il contrario. Per di più con costi elevatissimi. Oggi la “redditività” di un detenuto è zero, ed invece potrebbe arrivare almeno a coprire il 50% dei suoi costi».