Da dietro le sbarre
Livein, ottobre 2010
di Matteo Tornielli
Si può parlare di libertà in carcere, nel luogo che è la negazione di ogni libertà ?
Oggi possiamo dire che esiste questa possibilità . Esiste davvero una libertà che si può realizzare anche in carcere, luogo che per antonomasia ne è privo. Questo ora possiamo affermarlo in quanto frutto di un percorso fatto assieme ai detenuti, abbiamo potuto vedere il riscontro di questo nel cambiamento di alcune persone che lavorano con noi. Ho detto percorso perché è una storia un po’ lunga…
Come inizia questa storia?
La nostra cooperativa nasce a metà degli anni ’80, inizialmente operava nel settore del verde dato che il gruppo di persone che la hanno fondata uscivano dalla facoltà di agraria e scienze forestali con in comune il desiderio di continuare l’amicizia nata in università anche nel mondo del lavoro. Solitamente chi prima era un tuo amico in facoltà , dopo la laurea diventava un rivale per la ricerca del lavoro, o per la partecipazione ai concorsi pubblici; noi avevamo però l’esempio di altri amici che, prima di noi, in altri settori, avevano fatto la stessa esperienza con risultati interessanti. Questa amicizia appassionava la vita e le persone ed il nostro desiderio era che potesse continuare. E’ rimasta una piccola realtà fino all’inizio degli anni ’90, poi nel 1991 c’è stato l’incontro con il mondo del carcere e della disabilità ; il nostro approccio con le persone svantaggiate non è stato da professionisti del settore, ma il frutto di questa passione, di questa apertura alla realtà che ci ha fatto mettere insieme l’esigenza lavorativa con la condizione di disagio.
Ma com’è stato l’inizio del lavoro con i carcerati e con il mondo della disabilità ?
Nel ’91 la nostra cooperativa ha partecipato ad una gara d’appalto dell’Amministrazione Penitenziaria per la riqualificazione delle aree verdi; il ritardo di aggiudicazione ci ha dato lo spunto per proporre di fare il lavoro in un altro modo, cioè coinvolgendo direttamente i detenuti. Inizialmente c’è stata un po’ di titubanza, ma poco alla volta, sciogliendo uno ad uno gli ostacoli, non senza sorpresa anche da parte nostra, la proposta è stata accettata. Quindi abbiamo iniziato in carcere un corso di giardinaggio per qualificare le persone: nel tempo questo si è rivelato un caposaldo della nostra presenza in quel luogo. Negli anni successivi abbiamo continuato con questa metodologia, selezionando e formando ogni anno 20 persone all’interno del carcere. In questo modo abbiamo potuto anche scegliere persone che avevano i requisiti per uscire per portarli a lavorare nei nostri cantieri esterni.
Quindi non solo all’interno ma anche fuori alle mura carcerarie…
Parliamo di detenuti che ancora stanno scontando la pena, ma che essendo verso la fine possono accedere alle misure alternative: escono la mattina, lavorano con noi e rientrano la sera. Siamo andati avanti così fino al 2000 quando tirando le somme dei primi anni, ci siamo accorti che chi veniva coinvolto in questo tipo di percorso tornava a delinquere in misura molto minore rispetto agli altri.
Quindi anche un abbattimento della recidiva?
Esatto, addirittura sotto il 15%, quando a livello nazionale la media reale raggiunge il 90%. Per arrivare a questo dato nazionale bisogna pensare che un’indagine del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria parla di una recidiva al 68% sui riarrestati entro i 5 anni successivi al fine pena ma intanto uno può tornare a delinquere anche dopo e, d’altra parte, parliamo solo di riarrestati, mentre in Italia il 79% dei reati rimangono impuniti. Inoltre solo il 10% di chi esce dal carcere torna a lavorare, per questo possiamo parlare di una reale recidiva del 90%. Di fronte a queste cifre val la pena tener presente gli enormi vantaggi che la riduzione della recidiva comporta. Meno recidiva vuol dire più sicurezza sociale e minori costi, ogni carcerato costa a collettività circa 300 euro al giorno (i detenuti in Italia sono quasi 70.000), senza contare le minori spese per forze dell’ordine e processi. I calcoli son presto fatti.
Ma qual è stata la risposta dei detenuti?
I risultati più significativi si sono visti quando noi abbiamo avuto la possibilità di lavorare con le persone per un periodo di tempo più lungo. In fondo il tempo concesso dalle misure alternative può essere troppo breve per un reale “cambiamento”. E’ emersa perciò l’esigenza di creare un percorso di inserimento più lungo e la necessità di avere più tempo con loro ci ha spinto a portare il lavoro all’interno dell’istituto di pena. Il lavoro intramurario ti permette, quando il detenuto è vicino al fine pena, di portare fuori una persona che ha già maturato un bagaglio sia professionale che umano piuttosto rilevante che sostiene meglio la fase più critica, quella dell’inserimento nel mondo esterno.
Quando avete iniziato con le attività all’interno del carcere?
Dal 2001. Abbiamo iniziato con l’assemblaggio di manichini, poi abbiamo aggiunto altre lavorazioni come l’assemblaggio della valigeria Roncato, lavorazioni per la gioielleria Morellato, cucina e pasticceria, attività di call-center, montaggio di biciclette per marchi come Bottecchia, Torpado e Fondriest, etc. In tal modo abbiamo creato la possibilità di avere più profili lavorativi in modo da offrire lavori più adeguati alle caratteristiche delle diverse persone.
Esiste una retribuzione per i carcerati?
Dopo qualche mese di formazione e affiancamento, il lavoro viene regolarizzato tramite un’assunzione con il contratto collettivo delle cooperative sociali, con le regole del lavoro e del mercato che esistono nel mondo esterno, con oneri e onori e quindi anche retribuzioni. Tutto questo spinge ad un cambiamento di mentalità , non dimentichiamo che molte delle persone coinvolte non hanno mai lavorato prima. E’ un impegno che mette in azione l’io della persona a vari livelli, c’è un nuovo modo di guardare alla realtà che dà gusto alle cose che fai. E giustamente lo stipendio a fine mese ne è un segno tangibile. Questo permette un’autonomia economica, un miglioramento delle condizioni di vita interne al carcere e, per molti, la possibilità di inviare parte dei soldi alla famiglia. Ciò è molto importante perché non sei più un peso, ma anzi cominci ad aiutare i tuoi familiari. Molte delle persone in carcere sono extracomunitari e per loro poter mandare anche poche centinaia di euro a casa vuol dire mandare uno stipendio. Questo lento processo fa crescere un’autostima fondamentale, si comincia a capire che se ci si impegna la vita risponde, se lavori bene hai delle soddisfazioni sia economiche che professionali, ti rendi conto che diventi utile sia per te che per gli altri. Per questo noi abbiamo sempre preteso che il denominatore comune dei lavori eseguiti con i carcerati fosse la qualità . Nell’ambito della pasticceria, per esempio, i dolci prodotti da noi hanno avuto molti premi e riconoscimenti per la loro bontà .
Quali sono i settori nei quali siete presenti?
A parte i manichini che abbiamo smesso di produrre anche per la ciclicitĂ della richiesta che creava picchi di lavoro e mesi di totale inattivitĂ , quindi problematici per la necessaria continuitĂ dell’attivitĂ del carcere, gli altri settori citati continuano con successo. Spenderei una parola di approfondimento per il call-center. E’ un servizio molto significativo sia per noi che per le persone coinvolte. Attualmente abbiamo due attivitĂ principali, una in outbound per il customer satisfaction dei clienti business di Fastweb, l’altra in inbound per l’ASL 16 – Azienda Ospedaliera di Padova per le quali gestiamo la prenotazione delle visite mediche specialistiche e degli esami diagnostici. In quest’ultimo caso stiamo parlando di un servizio molto impegnativo che prevede una formazione di almeno 6 mesi, dove le persone coinvolte devono districarsi tra competenze diagnostiche, sistemi informativi, difficoltĂ logistiche e capacitĂ relazionali. Il contatto diretto con il pubblico è indubbiamente la parte piĂą difficile, ma anche dove emerge piĂą chiaramente lo spessore umano di chi lavora, perchĂ© mettersi in rapporto con persone che spesso vivono in una grave situazione di salute costringe, oltre ad affrontare difficoltĂ tecniche, a impegnarsi a fondo per cercare di rispondere alle richieste dei pazienti. Un’opportunitĂ di crescita umana impagabile che i detenuti hanno sfruttato in maniera sorprendente. Non avere paura di mettersi in gioco ha permesso loro, che hanno sbagliato tanto ed in maniera grave nella loro vita, di scoprire una veritĂ di sĂ© positiva, fatta di competenza, attenzione e sensibilitĂ , a volte migliore di altri.
Il vostro rapporto diretto, umano con i carcerati com’è?
Noi siamo visti come chi offre loro un’opportunità che non meritano, un’opportunità che non guarda agli errori commessi in precedenza ma tiene conto della persona che abbiamo davanti. Questa prospettiva è spiazzante per loro ma anche per noi, perché afferma una continua possibilità di ripresa, soprattutto quando accadono momenti di difficoltà seri. Questo permette di confrontarsi da uomini, senza sconti. E’ una lealtà che costruisce nel tempo un rapporto umano vero.
C’è un esempio che più di ogni altro vi ha stupito?
A dire la verità non c’è un esempio, ce ne sarebbero tanti ma i tratti comuni sono di persone che, secondo la società , non valevano niente, stavano in branda dalla mattina alla sera senza nessuna prospettiva futura, e invece con questa opportunità si sono messe in moto; il lavoro da solo non basta, è uno sguardo su se stessi che fa cambiare, è questo sguardo che fa si che un individuo non sia definito da quello che ha fatto ma da quello che può desiderare; ad un certo punto emerge una verità di te che prima non immaginavi e cominci ad avere fiducia. Quello che stupisce i detenuti è che questa possibilità sia data gratuitamente, inizialmente molti cercano di capire dov’è la fregatura, dove sta il trucco. Quando poi si arrendono e si accorgono che non ci sono secondi fini o strumentalizzazioni allora il loro sguardo cambia.
Oltre alla vostra esperienza a Padova, esistono realtĂ simili in Italia?
Si, ci sono varie esperienze di questo genere, ma sono limitate numericamente. Se guardiamo il panorama italiano, parliamo di circa 70.000 detenuti, di questi hanno un lavoro vero come quello di cui stiamo parlando circa 600/700, di questi oltre 100 sono con noi.
Quindi si può essere liberi anche se rinchiusi?
Il lavoro che facciamo non lo facciamo perché siamo bravi o molto volenterosi, è frutto di quella passione che ci ha messo assieme all’inizio, in università . La nostra è un’amicizia cristiana che ci ha condotto a prendere sul serio la nostra umanità e guardare al lavoro come l’occasione continua dove verificare se questo era vero oppure no. Lungo questi anni tale verifica sì è approfondita e precisata meglio ed è in fondo il dono più grande generato da questa amicizia che in qualche modo abbiamo cercato di offrire agli altri, a cominciare dai detenuti. Non un nostro sforzo, ma una diversità umana che risponde alle esigenze del cuore in qualsiasi posto e in qualsiasi condizione ti trovi. Anche per i detenuti, ma non solo. Perciò, non nascondendo i problemi che ci sono in carcere e non dimenticando che la vita dentro è molto dura, con questo sguardo una persona si ritrova il cuore pieno e può affermare di essere libero nonostante le privazioni del carcere.