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	<title>Cooperativa Sociale Giotto</title>
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		<title>Il panettone dei premi e delle sofferenze, quello del carcere di Padova</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Dec 2011 18:58:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In un anno indimenticabile il panettone de I dolci di Giotto scala le classifiche e si conferma sempre più internazionale, conteso dalle maggiori rassegne enogastronomiche. Premiato dal Gambero Rosso nell’anno del 25° e dall’Accademia Italiana della Cucina, piace a tutti, da Benedetto XVI. Vai su www.idolcidigiotto.it]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><img src="http://coopgiotto.org/wp-content/uploads/2011/12/logo-i_dolci_di_giotto-unito_pic.jpg" alt="" width="225" height="169" /></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In un anno tutto da dimenticare per le drammatiche condizioni delle carceri italiane</strong>, un anno indimenticabile per i dolci sfornati nella pasticceria della Casa di reclusione di Padova. L’anno della consacrazione definitiva. La notizia più recente è di questi giorni e viene dalla prestigiosa rivista <strong>Il Gambero Rosso</strong>. Due anni fa in via Due Palazzi si era brindato per quella nona posizione tra i Panettoni migliori d’Italia che faceva entrare di schianto il panettone carcerario nella top ten della testata enogastronomica. Quest’anno poi il salto se possibile è ancora più clamoroso: scalate ben quattro posizioni in classifica, un quinto posto che proietta il panettone de “I dolci di Giotto” ai vertici nazionali, lasciandosi alle spalle con un pizzico di sfrontatezza nomi eccellenti.<br />
 Musica per le orecchie dei maestri pasticceri di via Due Palazzi, che già il 23 novembre scorso erano stati ospiti al Hotel Cavalieri di Roma alla festa per <strong>i 25 anni del Gambero Rosso </strong>come una tra le ottocento eccellenze italiane del mondo enogastronomico. E così per tutto il 2012 panettoni e colombe potranno sfoggiare il logo dei 25 anni del Gambero.<br />
 Anche l’<strong>Accademia della Cucina Italiana </strong>lo scorso 19 novembre ha voluto premiare i prodotti del carcere. Durante la conviviale per il 50° della Fondazione della Delegazione di Padova della AIC, i Dolci di Giotto hanno infatti ricevuto il riconoscimento per la “gastronomia che opera nel sociale” e un secondo “Piatto d’Argento”.<br />
 Neppure <strong>Benedetto XVI</strong> è rimasto insensibile alla fragranza e al profumo dei prodotti natalizi padovani e – c’è da scommetterci – al risvolto umano e sociale di una produzione che, assieme ad altre (meccanica, valigeria, gioielli, cucina, call center), dà lavoro e speranza a oltre 120 detenuti. L’anno scorso per la prima volta dal Vaticano era giunto un consistente ordine per i regali natalizi personali di Sua Santità. E anche per il 2011 è arrivata la conferma con una confezione speciale personalizzata da un chilo e mezzo. <strong>A questo proposito viene spontaneo esprimere dal carcere di Padova una profonda gratitudine al Santo Padre per la visita pastorale al carcere di Rebibbia Nuovo Complesso di Roma: è stato un grande segno di speranza di cui il carcere, ma non solo, ne ha estremo bisogno. Come ha detto il ministro Paola Severino, un avvenimento che ha commosso tutti. L’augurio è che possa trarre da esso la forza per portare avanti le riforme che ha già messo in cantiere</strong>.<br />
 Da notare che il risvolto sociale di questi prodotti è doppio: anche quest’anno infatti la Pasticceria artigianale del carcere aiuterà a sostenere le iniziative dell’<strong>Associazione Giuseppe e Margherita Coletta</strong> e del <strong>Banco Alimentare</strong>. Con l’acquisto del panettone Artigianale Classico o alla Birra a loro dedicati, una parte dell’incasso sarà devoluta a queste opere sociali. Selezionate non a caso. La vedova del brigadiere Giuseppe Coletta è ormai una presenza familiare per tanti detenuti padovani, mentre la raccolta di viveri per il Banco Alimentare è stata promossa per la prima volta dai carcerati tra i compagni di detenzione, che lo scorso 26 novembre hanno donato ben 375 chilogrammi. E non bisogna dimenticare il <strong>Cesto della Bontà</strong> che riunisce altre importanti realtà sociali, ognuna con i propri prodotti.<br />
 Resta da dire delle manifestazioni: un elenco impressionante. I Dolci di Giotto sono stati scelti dopo una rigorosa selezione per partecipare dal 12 al 14 marzo alla rassegna enogastronomica “<strong>Taste</strong>” ideata da <strong>Pitti Immagine </strong>e curata da <strong>Davide Paolini</strong> nella Stazione Leopolda di Firenze. Il mese dopo, dal 7 all’11 aprile è stata la volta del <strong>Vinitaly di Verona</strong>, nell’area espositiva delle Cantine Bisol di Valdobbiadene. Neppure il tempo di respirare, e a fine aprile I Dolci di Giotto sono già alla rassegna enogastronomica “<strong>Squisito</strong>” organizzata a San Patrignano, partecipando contemporaneamente con <strong>Matteo Florean </strong>all’appuntamento “Panettone d’Estate, famolo strano” condotto da Davide Paolini domenica 1 maggio.<br />
 I dolci del carcere potevano poi mancare alla rassegna che li ha consacrati? Certamente no. E così dal 21 al 27 agosto sono stati serviti nell’ospitality del <strong>Meeting di Rimini</strong> a centinaia di personalità del mondo economico, culturale e politico, italiane e di paesi di tutto il mondo come l’Egitto, gli Stati Uniti, il Giappone, il Brasile e l’Australia. Si passa poi alla <strong>Fiera del Tartufo di Alba </strong>(2 ottobre), mentre il 19 ottobre c’è la consacrazione in terra britannica, con l’esposizione alla rassegna “<strong>Re Panettone a Londra</strong>” in collaborazione con l’Istituto di Cultura italiana. Durante una cena di gala l’ambasciatore italiano a Londra batte all’asta il panettone da 5 chilogrammi: per 1000 sterline lo fa suo l’ex consorte di Sven Goran Eriksson, Nancy Dell&#8217;Olio.<br />
 Si va verso la fine dell’anno e il panettone conquista tutta la scena. Dal 5 al 7 novembre I Dolci di Giotto espongono alla rassegna “<strong>Golosaria a Milano</strong>” di <strong>Paolo Massobrio </strong>partecipando anche allo Show Cooking “Il Pan de Toni da Sud a Nord” con i maestri italiani del panettone. Durante la rassegna vengono incontrati il pasticcere “goloso di salute” <strong>Luca Montersino </strong>e <strong>Piero Leeman</strong>, profeta dell’Alta Cucina Naturale. Così si arriva fino a questi giorni: il 26 e 27 novembre scorso I Dolci di Giotto espongono alla rassegna “<strong>Re Panettone</strong>” <strong>a Milano</strong> insieme ai migliori produttori di Panettone italiani ed esteri. Pasticceri sempre con la valigia in mano, insomma.<br />
 Un tentativo, quello del carcere di Padova, che vuol essere un punto di speranza, una strada buona da percorrere nel segno dell’applicazione delle nostre leggi, in primis l’articolo 27 della Costituzione. Un bene vero che come tale è una possibilità di bene per tutti.</p>
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<div class="wp-caption alignnone" style="width: 435px"><img class=" " src="http://coopgiotto.org/wp-content/uploads/2011/12/premio-accademia-italiana-della-cucina.jpg" alt="" width="425" height="326" /><p class="wp-caption-text">premio Accademia Italiana della Cucina - foto Piran - per gentile concessione</p></div>
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		<title>Una visita dell’altro mondo in questo mondo, e che mondo!</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Dec 2011 18:58:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Visita di Benedetto XVI alla Casa Circondariale di Rebibbia - 18 dicembre 2011]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img src="http://coopgiotto.org/wp-content/uploads/2011/12/papa_benedetto_rebibbia_645.jpg" alt="" width="425" height="231" /></p>
<p style="text-align: justify;">Che cosa ci ha colpito più di tutto? Cosa ci ha provocato vedere in diretta la visita del Papa in carcere?<br />
 Usiamo il termine stupore carico di gratitudine, commozione, quella che anche dopo la fine dell’incontro abbiamo continuato ad avere parlando tra amici. Commozione per quelle mani, quegli incroci di mani, quei baci di mano al Santo Padre, baci non di rispetto, anche, ma sopratutto per il Bene, la Speranza che il Santo Padre rappresenta per chi lo sa riconoscere, ma anche per chi non lo riconosce. Sguardi, volti colpiti nel cuore fino alle vere lacrime, lacrime piene di Gioia.<br />
 Per noi che operiamo da 21 anni in questo mondo, che abbiamo visto di tutto e di più, abbiamo sentito le parole del Santo Padre rivolte a noi stessi prima di tutto, abbiamo sentito un abbraccio dal quale è impossibile divincolarsi se non con uno sforzo disumano. Una giornata che rimmarrà alla storia, perchè le forze che cambiano il cuore dell’uomo, e oggi se ne sono visti tanti, sono le stesse che cambiano la storia del mondo.<br />
 Ci hanno colpito inoltre:<br />
 1)   La semplicità del neo ministro della Giustizia Paola Severino, che rinuncia, in un occasione storica come questa, ad un protagonismo per fare spazio ad una lettera di un detenuto, pur sapendo che tutto il restante spazio sarebbe stato dedicato solo a loro. Forse ci voleva proprio una donna a ricoprire questa carica.<br />
 2) &#8220;Ti voglio Bene&#8221;, &#8220;Vi voglio Bene&#8221;. Sentimemti espressi con la stessa intensità e semplicità che si vedono in un padre, una madre nei confronti del proprio figlio, dei propri figli. Ti voglio Bene, quanto ne avevamo bisogno tutti, quanto il nostro cuore aveva bisogno di questa frase, resa carne, vera da quel volto, da quei volti, da quei Cuori.<br />
 4)   Durante tutta la visita mai si è dimenticato, mai è stato censurato il male fatto dall’uomo e il dolore, le ferite ancora aperte, nelle vittime in senso particolare e alla società in senso più generale. Ma cosa rende possibile tenere presente l’una, la vittima, e l’altra, il carnefice?<br />
 Solo il Bene sconfigge il male o meglio: solo seguendo, aprendo il Cuore a chi ha sconfitto il male, nel nostro Cuore e perciò nella nostra vita potrà sempre entrare il Bene.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://coopgiotto.org/?p=1173">Il discorso di Benedetto XVI</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://coopgiotto.org/?p=1175">Il dialogo tra Benedetto XVI e i detenuti</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://coopgiotto.org/?p=1178">Il saluto del Ministro della Giustizia Paola Severino</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://coopgiotto.org/?p=1187">Il commento del Ministro della Giustizia Paola Severino</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://coopgiotto.org/?p=1185">Il saluto del cappellano del carcere di Rebibbia don Sandro Spriano</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://coopgiotto.org/?p=1189">L&#8217;editoriale di Avvenire di domenica 18 dicembre 2011</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://coopgiotto.org/?p=1191">«Strudel speciale per il Pontefice»</a></p>
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		<title>«Ero in carcere e siete venuti a trovarmi»</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Dec 2011 18:58:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Visita di Benedetto XVI alla Casa Circondariale di Rebibbia - 18 dicembre 2011
Discorso del Santo Padre]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Cari fratelli e sorelle,<br />
 con grande gioia e commozione sono questa mattina in mezzo a voi, per una visita che ben si colloca a pochi giorni dalla celebrazione del Natale del Signore. Rivolgo un caloroso saluto a tutti, in particolare al Ministro della Giustizia, On. Paola Severino, e ai Cappellani, che ringrazio per le parole di benvenuto, rivoltemi anche a nome vostro. Saluto il Dott. Carmelo Cantone, Direttore della Casa Circondariale, e i collaboratori, la polizia penitenziaria e i volontari che si prodigano per le attività di questo Istituto. E saluto in modo speciale tutti voi, detenuti, manifestandovi la mia vicinanza.<br />
 «Ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (Mt 25,36). Queste sono le parole del giudizio finale, raccontato dall’evangelista Matteo, e queste parole del Signore, nelle quali Egli si identifica con i detenuti, esprimono in pienezza il senso della mia visita odierna tra voi. Dovunque c’è un affamato, uno straniero, un ammalato, un carcerato, lì c’è Cristo stesso che attende la nostra visita e il nostro aiuto. È questa la ragione principale che mi rende felice di essere qui, per pregare, dialogare ed ascoltare. La Chiesa ha sempre annoverato, tra le opere di misericordia corporale, la visita ai carcerati (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 2447). E questa, per essere completa, richiede una piena capacità di accoglienza del detenuto, «facendogli spazio nel proprio tempo, nella propria casa, nelle proprie amicizie, nelle proprie leggi, nelle proprie città» (cfr CEI, Evangelizzazione e testimonianza della carità, 39). Vorrei infatti potermi mettere in ascolto della vicenda personale di ciascuno, ma, purtroppo, non è possibile; sono venuto però a dirvi semplicemente che Dio vi ama di un amore infinito, e siete sempre figli di Dio. E lo stesso Unigenito Figlio di Dio, il Signore Gesù, ha fatto l’esperienza del carcere, è stato sottoposto a un giudizio davanti a un tribunale e ha subito la più feroce condanna alla pena capitale.<br />
 In occasione del mio recente viaggio apostolico in Benin, nel novembre scorso, ho firmato una Esortazione apostolica postsinodale in cui ho ribadito l’attenzione della Chiesa per la giustizia negli Stati, scrivendo: «È pertanto urgente che siano adottati sistemi giudiziari e carcerari indipendenti, per ristabilire la giustizia e rieducare i colpevoli. Occorre inoltre bandire i casi di errori della giustizia e i trattamenti cattivi dei prigionieri, le numerose occasioni di non applicazione della legge che corrispondono ad una violazione dei diritti umani e le incarcerazioni che non sfociano se non tardivamente o mai in un processo. La Chiesa riconosce la propria missione profetica di fronte a coloro che sono colpiti dalla criminalità e il loro bisogno di riconciliazione, di giustizia e di pace. I carcerati sono persone umane che meritano, nonostante il loro crimine, di essere trattati con rispetto e dignità. Hanno bisogno della nostra sollecitudine» (n. 83).<br />
 Cari fratelli e sorelle, la giustizia umana e quella divina sono molto diverse. Certo, gli uomini non sono in grado di applicare la giustizia divina, ma devono almeno guardare ad essa, cercare di cogliere lo spirito profondo che la anima, perché illumini anche la giustizia umana, per evitare – come purtroppo non di rado accade – che il detenuto divenga un escluso. Dio, infatti, è colui che proclama la giustizia con forza, ma che, al tempo stesso, cura le ferite con il balsamo della misericordia.<br />
 La parabola del vangelo di Matteo (20,1-16) sui lavoratori chiamati a giornata nella vigna ci fa capire in cosa consiste questa differenza tra la giustizia umana e quella divina, perché rende esplicito il delicato rapporto tra giustizia e misericordia. La parabola descrive un agricoltore che assume degli operai nella sua vigna. Lo fa però in diverse ore del giorno, così che qualcuno lavora tutto il giorno e qualcun altro solo un’ora. Al momento della consegna del compenso, il padrone suscita stupore e accende un dibattito tra gli operai. La questione riguarda la generosità &#8211; considerata dai presenti ingiustizia &#8211; del padrone della vigna, il quale decide di dare la stessa paga sia ai lavoratori del mattino, sia agli ultimi del pomeriggio. Nell’ottica umana questa decisione è un’autentica ingiustizia, nell’ottica di Dio un atto di bontà, perché la giustizia divina dà a ciascuno il suo e, inoltre, comprende la misericordia e il perdono.<br />
 Giustizia e misericordia, giustizia e carità, cardini della dottrina sociale della Chiesa, sono due realtà differenti soltanto per noi uomini, che distinguiamo attentamente un atto giusto da un atto d’amore. Giusto per noi è “ciò che è all’altro dovuto”, mentre misericordioso è ciò che è donato per bontà. E una cosa sembra escludere l’altra. Ma per Dio non è così: in Lui giustizia e carità coincidono; non c’è un’azione giusta che non sia anche atto di misericordia e di perdono e, nello stesso tempo, non c’è un’azione misericordiosa che non sia perfettamente giusta.<br />
 Come è lontana la logica di Dio dalla nostra! E come è diverso dal nostro il suo modo di agire! Il Signore ci invita a cogliere e osservare il vero spirito della legge, per darle pieno compimento nell’amore verso chi è nel bisogno. «Pieno compimento della legge è l’amore», scrive san Paolo (Rm 13,10): la nostra giustizia sarà tanto più perfetta quanto più sarà animata dall’amore per Dio e per i fratelli.<br />
 Cari amici, il sistema di detenzione ruota intorno a due capisaldi, entrambi importanti: da un lato tutelare la società da eventuali minacce, dall’altro reintegrare chi ha sbagliato senza calpestarne la dignità e senza escluderlo dalla vita sociale. Entrambi questi aspetti hanno la loro rilevanza e sono protesi a non creare quell’«abisso» tra la realtà carceraria reale e quella pensata dalla legge, che prevede come elemento fondamentale la funzione rieducatrice della pena e il rispetto dei diritti e della dignità delle persone. La vita umana appartiene a Dio solo, che ce l’ha donata, e non è abbandonata alla mercé di nessuno, nemmeno al nostro libero arbitrio! Noi siamo chiamati a custodire la perla preziosa della vita nostra e di quella degli altri.<br />
 So che il sovraffollamento e il degrado delle carceri possono rendere ancora più amara la detenzione: mi sono giunte varie lettere di detenuti che lo sottolineano. E’ importante che le istituzioni promuovano un’attenta analisi della situazione carceraria oggi, verifichino le strutture, i mezzi, il personale, in modo che i detenuti non scontino mai una “doppia pena”; ed è importante promuovere uno sviluppo del sistema carcerario, che, pur nel rispetto della giustizia, sia sempre più adeguato alle esigenze della persona umana, con il ricorso anche alle pene non detentive o a modalità diverse di detenzione.<br />
 Cari amici, oggi è la quarta domenica dell’Avvento. Il Natale del Signore, ormai vicino, riaccenda di speranza e di amore il vostro cuore. La nascita del Signore Gesù, di cui faremo memoria tra pochi giorni, ci ricorda la sua missione di portare la salvezza a tutti gli uomini, nessuno escluso. La sua salvezza non si impone, ma ci raggiunge attraverso gli atti d’amore, di misericordia e di perdono che noi stessi sappiamo realizzare. Il Bambino di Betlemme sarà felice quando tutti gli uomini torneranno a Dio con cuore rinnovato. Chiediamogli nel silenzio e nella preghiera di essere tutti liberati dalla prigionia del peccato, della superbia e dell’orgoglio: ciascuno infatti ha bisogno di uscire da questo carcere interiore per essere veramente libero dal male, dalle angosce e dalla morte. Solo quel Bambino adagiato nella mangiatoia è in grado di donare a tutti questa liberazione piena!<br />
 Vorrei terminare dicendovi che la Chiesa sostiene e incoraggia ogni sforzo diretto a garantire a tutti una vita dignitosa. Siate sicuri che io sono vicino a ciascuno di voi, alle vostre famiglie, ai vostri bambini, ai vostri giovani, ai vostri anziani e vi porto tutti nel cuore davanti a Dio. Il Signore benedica voi e il vostro futuro!</p>
<p><a href="http://coopgiotto.org/?p=1175">Il dialogo tra Benedetto XVI e i detenuti</a></p>
<p><a href="http://coopgiotto.org/?p=1178">Il saluto del Ministro della Giustizia Paola Severino</a></p>
<p><a href="http://coopgiotto.org/?p=1187">Il commento del Ministro della Giustizia Paola Severino</a></p>
<p><a href="http://coopgiotto.org/?p=1185">Il saluto del cappellano del carcere di Rebibbia don Sandro Spriano</a></p>
<p><a href="http://coopgiotto.org/?p=1189">L&#8217;editoriale di Avvenire di domenica 18 dicembre 2011</a></p>
<p><a href="http://coopgiotto.org/?p=1191">«Strudel speciale per il Pontefice»</a></p>
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		<title>Carceri, dal lavoro la dignità. La bella «impresa» di Padova</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Dec 2011 18:57:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea</dc:creator>
				<category><![CDATA[rassegna stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[Corriere del Veneto, venerdì 23 dicembre, pagina 9
di Manlio D’Agostino
Benedetto XVI nel corso della visita alla casa circondariale di Rebibbia, ha posto l’accento sulla dignità di chi sconta una pena, rimettendo al centro la necessità tanto di ristabilire la giustizia, quanto di rieducare le persone detenute, ricorrendo anche alle pene non detentive o 3 modalità [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Corriere del Veneto</em>, venerdì 23 dicembre, pagina 9</p>
<p><strong>di Manlio D’Agostino</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Benedetto XVI nel corso della visita alla casa circondariale di Rebibbia, ha posto l’accento sulla dignità di chi sconta una pena, rimettendo al centro la necessità tanto di ristabilire la giustizia, quanto di rieducare le persone detenute, ricorrendo anche alle pene non detentive o 3 modalità diverse di detenzione&#8230;<br />
 D’altro canto, era stato proprio il Ministro della Giustizia Paola Severino a dichiararsi disponibile a trovare soluzioni alternative, per ridurre l’inumano sovraffollamento delle carceri, accogliendo i precedenti e numerosi appelli dei Radicali.<br />
 La questione è certamente molto delicata e complessa con una serie di risvolti, certamente non secondari ma, che potrebbero tramutarsi in punti di forza, se fatti in una ottica di riforma strutturale e non semplicemente per tamponare l’ennesima emergenza (con limitati palliativi), intervenendo tanto sulle cause, quanto sui principali drivers.<br />
 Si potrebbe partire, almeno, dal bilanciamento di alcuni elementi basilari: la garanzia di giustizia, e non solo in applicazione di una condanna processuale (altrimenti rischiamo di offrire la errata percezione della disapplicazione del diritto); la rieducazione, come strumento per il reinserimento sociale; la consapevolezza che le forze di polizie (soprattutto la Penitenziaria) vivono spesso un pari disagio, e che non si può gravare ulteriormente su loro. Peraltro, ogni persona detenuta ha costi elevati per la collettività, sia economici che sociali (misurabile, ad esempio, nell’alta percentuale di recidiva). Per fortuna &#8211; oltre alle tinte fosche &#8211; esistono in giro per le carceri italiane, ancora uomini di buona volontà che portano avanti progetti positivi, esempio per costruire le linee guida di una nuova proposta di riordino di medio-lungo termine: imprenditori (e non solo imprese!) che con passione e sacrificio sono riusciti a coniugare la capacità di rieducare attraverso il lavoro, senza gravare sui conti pubblici, riuscendo anche a declinare alcuni valori cristiani («Il profitto è utile se, in quanto mezzo, è orientato ad un fine che gli fornisca un senso tanto sul come produrlo quanto sul come utilizzarlo»).<br />
 Per brevità, senza voler fare torto agli altri progetti (altrettanto importanti e validi), possiamo ricordare come al Due Palazzi di Padova vengono prodotti e distribuiti (pochi numericamente, ma significativi socialmente) «panettoni dal carcere», preparati artigianalmente dai alcuni rei-lavoratori che scontano pene di medio lunga durata: oltre alla riconosciuta bontà (sono molteplici i premi conferiti alla «pasticceria » Giotto), i più grandi risultati sono la significativa riduzione del tasso di recidiva (per chi esce dal carcere dopo essere stato coinvolto in questi progetti) e la maggiore facilità di reinserimento in società. Ma, soprattutto, negli occhi di queste persone si legge chiaramente, la dignità chi voglia di ricominciare, pur segnati dalla dura consapevolezza degli errori commessi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://coopgiotto.org/wp-content/uploads/2011/12/carcere-padova-corve-231211.pdf">leggi il PDF</a></p>
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		<title>Domande e risposte tra i detenuti e Benedetto XVI</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Dec 2011 18:57:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea</dc:creator>
				<category><![CDATA[eventi]]></category>

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		<description><![CDATA[Visita di Benedetto XVI alla Casa Circondariale di Rebibbia - 18 dicembre 2011
Dialogo del Santo Padre con i detenuti]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Domanda 1<br />
 Mi chiamo Rocco. Innanzi tutto volevo porgerle il nostro ed il mio personale ringraziamento per questa visita che ci è molto gradita ed assume, in un momento così drammatico per le carceri italiane, un grande contenuto di solidarietà, umanità e conforto. Desidero chiedere a Vostra Santità se questo suo gesto sarà compreso nella sua semplicità, anche dai nostri politici e governanti affinché venga restituita a tutti gli ultimi, compresi noi detenuti, la dignità e la speranza che devono essere riconosciute ad ogni essere vivente. Speranza e dignità indispensabili per riprendere il cammino verso una vita degna di essere vissuta.</p>
<p style="text-align: justify;">Risposta 1<br />
 Grazie per le Sue parole. Sento il Suo affetto per il Santo Padre, e sono commosso da questa amicizia che sento da tutti voi. E vorrei dire che penso spesso a voi e prego sempre per voi perché so che è una condizione molto difficile che spesso, invece di aiutare a rinnovare l’amicizia con Dio e con l’umanità, peggiora la situazione, anche interiore. Io sono venuto soprattutto per mostrarvi questa mia vicinanza personale e intima, nella comunione con Cristo che vi ama, come ho detto. Ma certamente questa visita, che vuole essere personale a voi, è anche un gesto pubblico che ricorda ai nostri concittadini, al nostro governo il fatto che ci sono dei grandi problemi e delle difficoltà nelle carceri italiane. E certamente, il senso di queste carceri è proprio quello di aiutare la giustizia, e la giustizia implica come primo fatto la dignità umana. Quindi devono essere costruite così che cresca la dignità, sia rispettata la dignità e voi possiate rinnovare in voi stessi il senso della dignità per meglio rispondere a questa nostra vocazione intima. Abbiamo sentito il ministro della Giustizia, sentito come sente con voi, come sente tutta la realtà vostra e così possiamo essere convinti che il nostro governo e i responsabili faranno il possibile per migliorare questa situazione, per aiutarvi a trovare realmente, qui, una buona realizzazione di una giustizia che vi aiuti a ritornare nella società con tutta la convinzione della vostra vocazione umana e con tutto il rispetto che esige la vostra condizione umana. Quindi, io in quanto posso vorrei sempre dare segni di quanto sia importante che queste carceri rispondano al loro senso di rinnovare la dignità umana e non di attaccare questa dignità, e di migliorarne la condizione. E speriamo che il governo abbia la possibilità e tutte le possibilità per rispondere a questa vocazione. Grazie.</p>
<p style="text-align: justify;">Domanda 2<br />
 Mi chiamo Omar. Santo Padre vorrei domandarle un milione di cose, che ho sempre pensato di chiederti, ma oggi che posso mi rimane difficile farti una domanda. Sono emozionato per l’evento, la tua visita qui in carcere è un fatto molto forte per noi detenuti cristiani cattolici, e perciò più che una domanda preferisco chiederti di permetterci di aggrapparci con te con la nostra sofferenza e quella dei nostri familiari, come un cavo elettrico che comunichi con il Signore Nostro. Ti voglio bene.</p>
<p style="text-align: justify;">Risposta 2<br />
 Anch’io ti voglio bene, e sono grato per queste parole che toccano il mio cuore. Penso che questa mia visita mostra che vorrei seguire le parole del Signore che mi toccano sempre, dove dice, l’ho letto nel mio discorso, nell’ultimo giudizio “mi avete visitato nel carcere e sono stato io che vi ho aspettato”. Questa identificazione del Signore con i carcerati ci obbliga profondamente e io stesso devo chiedermi: Ho fatto secondo questo imperativo del Signore? Ho tenuto presente questa parola del Signore? Questo è un motivo perché sono venuto, perché so che in voi il Signore mi aspetta, che voi avete bisogno di questo riconoscimento umano e che avete bisogno di questa presenza del Signore che nel giudizio ultimo ci chiede proprio su questo punto e perciò spero che sempre più possa qui essere realizzato il vero scopo di queste case circondariali di aiutare a ritrovare se stesso, di aiutare e andare avanti con se stesso, nella riconciliazione con se stesso, con gli altri, con Dio, per entrare di nuovo nella società e aiutare nel progresso dell’umanità. Il Signore vi aiuterà, nelle mie preghiere sono sempre con voi. Io so che per me è un obbligo particolare di pregare per voi, di tirare voi, quasi, al Signore, in alto, perché il Signore, tramite la nostra preghiera, aiuta la preghiera, è una realtà. Io invito anche tutti gli altri a pregare, così che un forte cavo, per così dire, sia, che vi tira al Signore e ci collega anche tra di noi, perché andando al Signore siamo anche collegati tra noi. Siate sicuri di questa forza della mia preghiera e invito anche gli altri ad unirsi con voi nella preghiera, così trovare quasi una unica cordata che va verso il Signore.</p>
<p style="text-align: justify;">Domanda 3<br />
 Mi chiamo Alberto. Santità, le sembra giusto che dopo aver perso uno dopo l’altro tutti i componenti della mia famiglia, ora che sono un uomo nuovo, e da un mese papà di una splendida bambina di nome Gaia, non mi concedano la possibilità di tornare a casa, nonostante abbia ampiamente pagato il debito verso la società?</p>
<p style="text-align: justify;">Risposta 3<br />
 Anzitutto, felicitazioni! Sono felice che Lei sia padre, che Lei si consideri un uomo nuovo e che abbia una splendida figlia: questo è un dono di Dio. Io, naturalmente, non conosco i dettagli del Suo caso ma spero con Lei che quanto prima Lei possa tornare alla Sua famiglia. Lei sa che per la dottrina della Chiesa la famiglia è fondamentale, importante che il padre possa tenere in braccio la figlia. E così, prego e spero che quanto prima Lei possa realmente avere in braccio Sua figlia, essere con Sua moglie e con Sua figlia per costruire una bella famiglia e così anche collaborare al futuro dell’Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">Domanda 4<br />
 Santità, sono Federico, parlo a nome dei persone detenute del G14, che è il reparto infermeria. Cosa possono chiedere degli uomini detenuti, malati e sieropositivi al Papa? Al nostro Papa, già gravato dal peso di tutte le sofferenze del mondo, chiedono che preghi per loro? Che li perdoni? Che li tenga presente nel suo grande cuore? Sì, noi questo vorremmo chiedere, ma soprattutto che portasse la nostra voce dove non viene sentita. Siamo assenti dalle nostre famiglie, ma non nella vita, siamo caduti e nelle nostre cadute abbiamo fatto del male ad altri, ma ci stiamo rialzando.<br />
 Troppo poco si parla di noi, spesso in modo così feroce come a volerci eliminare dalla società. Questo ci fa sentire sub-umani. Lei è il Papa di tutti e noi la preghiamo di fare in modo che non ci venga strappata la dignità, insieme alla libertà. Perché non sia più dato per scontato che recluso voglia dire escluso per sempre. La sua presenza è per noi un onore grandissimo! I nostri più cari auguri per il Santo Natale, a tutti.</p>
<p style="text-align: justify;">Risposta 4<br />
 Si, mi ha detto parole veramente memorabili, siamo caduti, ma siamo qui per rialzarci. Questo è importante, questo coraggio di rialzarsi, di andare avanti con l’aiuto del Signore e con l’aiuto di tutti gli amici. Lei ha anche detto che si parla in modo feroce di voi, purtroppo è vero, ma vorrei dire non solo questo, ci sono anche altri che parlano bene di voi e pensano di voi. Io penso alla mia piccola famiglia papale, sono circondato da 4 suore laiche e parliamo spesso di questo problema, loro hanno amici in diverse carceri, riceviamo anche doni da loro e diamo da parte nostra il nostro dono, quindi questa realtà è in modo molto positivo presente nella mia famiglia e penso in tante altre. Dobbiamo sopportare che alcuni parlano in modo feroce, parlano in modo feroce anche contro il Papa e tuttavia andiamo avanti. Mi sembra importante incoraggiare tutti che pensino bene, che abbiano il senso delle vostre sofferenze, abbiano il senso di aiutare nel processo di rialzamento e diciamo che io farò il mio per invitare tutti a pensare in questo modo giusto, non in modo dispregiativo, ma in modo umano, pensando che ognuno può cadere, ma Dio vuole che tutti arrivino da Lui, e noi dobbiamo cooperare con lo Spirito di fraternità e di riconoscimento anche della propria fragilità, perché possano realmente rialzarsi e andare avanti con dignità e trovare sempre rispettata la propria dignità, perché cresca, e possano così anche trovare gioia nella vita, perché la vita ci è donata dal Signore e con una sua idea. E se riconosciamo questa idea di Dio che è con noi, anche i passi oscuri hanno il loro senso per darci più la riconoscenza di noi stessi, per aiutare e diventare più noi stessi, più figli di Dio e così e realmente essere felici di essere uomini, perché creati da Dio anche in diverse condizioni difficili. Il Signore vi aiuterà e noi siamo vicini a voi.</p>
<p style="text-align: justify;">Domanda 5<br />
 Mi chiamo Gianni, del Reparto G8. Santità, mi è stato insegnato che il Signore vede e legge dentro di noi, mi chiedo perché l’assoluzione è stata delegata ai preti? Se io la chiedessi in ginocchio, da solo, dentro una stanza, rivolgendomi al Signore, mi assolverebbe? Oppure sarebbe un’assoluzione di diverso valore? Quale sarebbe la differenza?</p>
<p style="text-align: justify;">Risposta 5<br />
 Sì: è una grande e vera questione quella che Lei porta a me. Direi due cose. La prima: naturalmente, se Lei si mette in ginocchio e con vero amore di Dio prega che Dio perdoni, perdona. E’ sempre la Dottrina della Chiesa che se uno, con vero pentimento, cioè non solo per evitare pene, difficoltà, ma per amore del bene, per amore di Dio chiede perdono, riceve il perdono da Dio. Questa è la prima parte. Se io realmente conosco che ho fatto male, e se in me è rinato l’amore del bene, la volontà del bene, il pentimento che non ho risposto a questo amore, e chiedo da Dio che è il Bene, il perdono lo dona. Ma c’è un secondo elemento: il peccato non è solamente una cosa “personale”, individuale, tra me e Dio; il peccato ha sempre anche una dimensione sociale, orizzontale. Con il mio peccato personale, tuttavia, anche se forse nessuno lo sa, ho danneggiato anche la comunione della Chiesa, sporcato la comunione della Chiesa, sporcato l’umanità. E perciò questa dimensione sociale, orizzontale del peccato esige che sia assolto anche a livello della comunità umana, della comunità della Chiesa, quasi corporalmente. Quindi, questa seconda dimensione del peccato che non è solo contro Dio ma concerne anche la comunità, esige il sacramento, che è il grande dono nel quale posso, nella confessione, liberarmi di questa cosa e posso realmente ricevere il perdono nel senso anche di una piena riammissione nella comunità della Chiesa viva, del Corpo di Cristo. E così, in questo senso, l’assoluzione necessaria da parte del sacerdote, il sacramento, non è una imposizione che limita la bontà di Dio ma, al contrario, è un’espressione della bontà di Dio perché mi dimostra che anche concretamente, nella comunione della Chiesa, ho ricevuto il perdono e posso ricominciare di nuovo. Quindi, io direi di tenere presenti queste due dimensioni: quella verticale, con Dio, e quella orizzontale, con la comunità della Chiesa e dell’umanità. L’assoluzione del prete, l’assoluzione sacramentale è necessaria per realmente risolvermi, assolvermi da questo legame del male e ri-integrarmi nella volontà di Dio, nell’ottica di Dio, completamente nella sua Chiesa, e darmi la certezza, anche quasi corporale, sacramentale: Dio mi perdona, mi riceve nella comunità dei suoi figli. Penso che dobbiamo imparare a capire il sacramento della penitenza in questo senso: una possibilità di trovare, quasi corporalmente, la bontà del Signore, la certezza della riconciliazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Domanda 6<br />
 Santità, mi chiamo Nwaihim, reparto G11. Santo Padre, lo scorso mese è stato in visita pastorale in Africa, nella piccola nazione del Benin, una delle nazioni più povere del mondo. Ha visto la fede e la passione di questi uomini verso Gesù Cristo. Ha visto persone soffrire per cause diverse: razzismo, fame, lavoro minorile… Le chiedo: loro pongono la speranza e la fede in Dio e muoiono tra povertà e violenze. Perché Dio non li ascolta? Forse Dio ascolta solo i ricchi e i potenti che invece non hanno fede? Grazie Santo Padre.</p>
<p style="text-align: justify;">Risposta 6<br />
 Vorrei innanzi tutto dire che sono stato molto felice nella sua terra; l’accoglienza da parte degli africani era calorosissima, ho sentito questa cordialità umana che in Europa è un po’ oscurata perché abbiamo tante altre cose sul nostro cuore che rendono un po’ duro anche il cuore. Qui era una cordialità esuberante, per così dire; ho sentito anche la gioia di vivere, e questa era una delle impressioni belle per me, che nonostante la povertà e tutte le grandi sofferenze che ho anche visto – ho salutato lebbrosi, malati di Aids, eccetera – che nonostante tutti questi problemi e la grande povertà, c’è una gioia di vivere, una gioia di essere una creatura umana, perché c’è una consapevolezza originaria che Dio è buono e mi ama e l’uomo è essere amato da Dio. Quindi questa era per me l’impressione diciamo preponderante, forte; vedere in un Paese sofferente gioia, allegrezza, più che nei paesi ricchi. E questo anche mi fa pensare che nei paesi ricchi la gioia è spesso assente, siamo tutti pienamente occupati con tanti problemi: come fare questo, come conservare questo, comprare ancora… E con la massa delle cose che abbiamo siamo sempre più allontanati da noi stessi e da questa esperienza originaria che Dio c’è e Dio mi è vicino; e perciò direi che avere grande proprietà e avere potere non rende necessariamente felici, non è il più grande dono. Può essere anche, direi, una cosa negativa, che mi impedisce di vivere realmente. Le misure di Dio, i criteri di Dio, sono diversi dai nostri, Dio dà anche a questi poveri gioia, la riconoscenza della sua presenza, fa loro sentire che è vicino a loro anche nella sofferenza, nelle difficoltà, e naturalmente ci chiama tutti perché noi facciamo tutto perché possiamo uscire da queste oscurità delle malattie, della povertà. È un compito nostro e così nel fare questo anche noi possiamo divenire più allegri. Quindi le due parti devono completarsi, noi dobbiamo aiutare perché anche l’Africa, questi paesi poveri, possano trovare il superamento di questi problemi, della povertà, aiutarli a vivere, e loro possono aiutarci a capire che le cose materiali non sono l’ultima parola. E dobbiamo pregare Dio: mostraci, aiutaci, perché ci sia giustizia, perché tutti possano vivere nella gioia di essere tuoi figli!</p>
<p style="text-align: justify;">Un detenuto legge una preghiera<br />
 Santità, mi chiamo Stefano, reparto G 11</p>
<p><strong>Preghiera dietro le sbarre</strong><br />
 O Dio, dammi il coraggio di chiamarti Padre.<br />
 Sai che non sempre riesco a pensarti con l’attenzione che meriti.<br />
 Tu non ti sei dimenticato di me, anche se vivo spesso lontano dalla luce del tuo volto.<br />
 Fatti sentire vicino, nonostante tutto, nonostante il mio peccato grande o piccolo, segreto o pubblico che sia.<br />
 Dammi la pace interiore, quella che solo tu sai dare.<br />
 Dammi la forza di essere vero, sincero; strappa dal mio volto le maschere che oscurano la consapevolezza che io valgo qualcosa solo perché sono tuo figlio. Perdona le mie colpe e dammi insieme la possibilità di fare il bene.<br />
 Accorcia le mie notti insonni; dammi la grazia della conversione del cuore.<br />
 Ricordati, Padre, di coloro che sono fuori di qui e che mi vogliono ancora bene, perché pensando a loro, io mi ricordi che solo l’amore da vita mentre l’odio distrugge e il rancore trasforma in inferno le lunghe e interminabili giornate.<br />
 Ricordati di me, o Dio, amen.</p>
<p><a href="http://coopgiotto.org/?p=1173">Il discorso di Benedetto XVI</a></p>
<p><a href="http://coopgiotto.org/?p=1175">Il dialogo tra Benedetto XVI e i detenuti</a></p>
<p><a href="http://coopgiotto.org/?p=1178">Il saluto del Ministro della Giustizia Paola Severino</a></p>
<p><a href="http://coopgiotto.org/?p=1187">Il commento del Ministro della Giustizia Paola Severino</a></p>
<p><a href="http://coopgiotto.org/?p=1185">Il saluto del cappellano del carcere di Rebibbia don Sandro Spriano</a></p>
<p><a href="http://coopgiotto.org/?p=1189">L&#8217;editoriale di Avvenire di domenica 18 dicembre 2011</a></p>
<p><a href="http://coopgiotto.org/?p=1191">«Strudel speciale per il Pontefice»</a></p>
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		<title>Panettoni padovani per i regali del Papa</title>
		<link>http://coopgiotto.org/media/rassegna-stampa/panettoni-padovani-per-i-regali-del-papa/</link>
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		<pubDate>Fri, 23 Dec 2011 18:57:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea</dc:creator>
				<category><![CDATA[rassegna stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[Per il secondo anno i dolci creati nella pasticceria della casa di reclusione scelti dal Vaticano. E celebrati dalla guida "Il Gambero rosso"]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il Gazzettino di Padova</em>, venerdì 23 dicembre, pagina V</p>
<p style="text-align: justify;">Il nuovo decreto “svuotacarceri”, le continue proteste per le condizioni inumane dei detenuti, i troppi suicidi, la recente visita del Papa a Rebibbia. Sembra che sulle case di detenzione italiane sia stato puntato uno spot continuo.<br />
 «Se ne sta andando un anno tutto da dimenticare per le drammatiche condizioni delle carceri italiane», dice Nicola Boscoletto, presidente del consorzio sociale Rebus e vicepresidente della cooperativa Giotto. «Per contro, è stato un anno indimenticabile per i dolci sfornati nella pasticceria della Casa di reclusione di Padova. La notizia più recente viene dalla prestigiosa rivista Il Gambero Rosso: scalate ben quattro posizioni in classifica e raggiunto un quinto posto che proietta il panettone de “I dolci di Giotto” ai vertici nazionali».<br />
 Merito dei detenuti pasticceri di via Due Palazzi, che già lo scorso novembre erano stati ospiti all’Hotel Cavalieri di Roma alla festa per i 25 anni del Gambero Rosso come una tra le ottocento eccellenze italiane del mondo enogastronomico. Neppure Benedetto XVI è rimasto insensibile alla fragranza e al profumo dei prodotti natalizi padovani e &#8211; c’è da scommetterci &#8211; al risvolto umano e sociale di una produzione che, assieme ad altre (meccanica, valigeria, gioielli, cucina, call center), dà lavoro e speranza a oltre 120 detenuti.<br />
 «L’anno scorso &#8211; ricorda Boscoletto &#8211; per la prima volta dal Vaticano era giunto un consistente ordine per i regali natalizi personali di Sua Santità. E anche per il 2011 è arrivata la conferma, con una confezione speciale personalizzata da un chilo e mezzo. A questo proposito viene spontaneo esprimere dal carcere di Padova una profonda gratitudine al Santo Padre per la visita pastorale al carcere di Rebibbia di Roma: è stato un grande segno di speranza di cui il carcere, ma non solo, ha estremo bisogno. Come ha detto il ministro Paola Severino, un avvenimento che ha commosso tutti. L’augurio è che possa trarre da esso la forza per portare avanti le riforme che ha già messo in cantiere».<br />
 «È un tentativo, quello del carcere di Padova &#8211; conclude Boscoletto -, che vuol essere un punto di speranza, una strada buona da percorrere nel segno dell’applicazione delle nostre leggi, in primis l’articolo 27 della Costituzione. Un bene vero che come tale è una possibilità di bene per tutti».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>«Eravamo nove amici davanti ad un notaio»<br />
 </strong>La cooperativa che da più di 25 anni si occupa dell’attività lavorativa dei detenuti padovani nacque davanti ad un notaio. «Nel luglio del 1986 &#8211; racconta Nicola Boscoletto &#8211; ci trovammo in nove davanti al notaio: allora creammo una cooperativa vocata alla gestione del verde. Andò avanti così per quattro, cinque anni. Nel 1991 incrociammo due grandi realtà sociali, il carcere e la disabilità. Lanciammo un’idea: in carcere vivevano 700 persone che non facevano niente dalla mattina alla sera. Possibile non riuscire farli lavorare? Così organizzammo un corso di giardinaggio per venti detenuti. Oggi siamo arrivati alla ventesima, con un totale di 380 detenuti formati. Sono stati selezionati per lavorare all’interno, poi all’esterno in misure alternative: escono a lavorare e rientrano per la notte».<br />
 «In carcere nove su dieci non hanno un curriculum lavorativo, non sanno nemmeno cosa sia lavorare. Nel 2001 arrivò la normativa per far ritornare appetibile il lavoro all’interno delle carceri. Quando non si fa nulla, il carcere è solo l’università del crimine. Entrano ladruncoli, escono criminali professionisti. In realtà, proprio oggi, quando si chiede più sicurezza, il carcere, avendo perso il suo fine vero, sostanzialmente invece di produrre bene, produce male. Si chiede sicurezza, creiamo il contrario. Per di più con costi elevatissimi. Oggi la “redditività” di un detenuto è zero, ed invece potrebbe arrivare almeno a coprire il 50% dei suoi costi».</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://coopgiotto.org/wp-content/uploads/2011/12/panettoni-2011-ga2311211.pdf">leggi il PDF</a></p>
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		<title>Il saluto del Ministro della Giustizia Paola Severino</title>
		<link>http://coopgiotto.org/media/eventi/il-saluto-del-ministro-della-giustizia-paola-severino/</link>
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		<pubDate>Fri, 23 Dec 2011 18:57:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea</dc:creator>
				<category><![CDATA[eventi]]></category>

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		<description><![CDATA[Visita di Benedetto XVI alla Casa Circondariale di Rebibbia - 18 dicembre 2011
Discorso del Santo Padre]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Santità, non posso nascondere di essere profondamente commossa nel rivolgerLe il mio più sentito benvenuto in questo luogo di profonda sofferenza.<br />
 La Sua visita pastorale di oggi, a pochi giorni dal Santo Natale, costituisce per noi tutti motivo di rinnovata riflessione sulla situazione carceraria e sulle condizioni di vita delle persone che si trovano ristrette negli Istituti penitenziari.<br />
 Da tempo, ci confrontiamo con dati che testimoniano una situazione di eccezionale difficoltà e disagio e siamo ben consapevoli che tali dati sintetizzano in aride quantificazioni numeriche la terribile condizione di persone che racchiudono nel loro cuore esperienze, sofferenze, speranze.<br />
 Vorrei renderLe una testimonianza diretta di ciò leggendo il testo di una lettera che mi è stata consegnata da un detenuto nel corso della mia visita nel carcere di Cagliari:<br />
 <em><br />
 Mettersi in contatto con persone recluse nelle carceri, o internate negli ospedali psichiatrici giudiziari, vuol dire mettersi in contatto con un mondo di sofferenza, solitudine, umiliazione, che non deve essere ignorato, dimenticato a chi chiede ascolto, comprensione, rispetto e soprattutto spirito fraterno.<br />
 </em><em>Quando si riesce a dare tutto questo senza giudicare, senza pregiudizi o falsi moralismi, ma cercando soltanto di far capire, di scoprire l’umanità di ognuno, facendo distinzione tra errore ed errante, allora il dialogo si apre e si illumina come una finestra verso la luce.<br />
 </em><em>È triste e frustrante aver sbagliato perché prima o poi, si mette in discussione se stessi, si dubita delle proprie capacità di recupero e di reinserimento, e ci si convince di essere incapaci di poter cambiare vita, e allora viene meno la speranza di venire accettati come persone degne di stima, macchiate per sempre, e si perde la forza di vivere.<br />
 </em><em>Tutto questo lo si sente dai nostri racconti di vita, dalla solitudine affettiva alla paura di perdere gli affetti lasciati fuori dalle mura, dalla disperazione repressa del sentirsi inutile, senza un lavoro che ti aiuti a sentirti vivo alla rabbia e all’impotenza davanti alle mille ingiustizie della vita carceraria.<br />
 </em><em>Non c’è posto, oggi come duemila anni fa, per chi è senza voce, per chi non ha mezzi, prestigio, potere, ed è per questo che si scatena la lotta e la Pace resta un’utopia nonostante le tante parole, le marce e persino le preghiere, se queste non si tramutano in fatti concreti così come ci ha insegnato nostro Signore Gesù Cristo.<br />
 </em><em>In carcere ci sono persone delle culture più diverse, psicologie più varie fino a quelle patologiche, persone con reati diversi, dal piccolo ladruncolo al pluriomicida, persone di età diverse, dai quattordicenni agli ultraottantenni, posso affermare che in tutti, salvo qualche eccezione, ho trovato e trovo tutt’oggi una certa sensibilità, spesso repressa o come impolverata, ma capace di risplendere di nuova luce usando comprensione, sincerità, coerenza, amicizia e soprattutto disponibilità di accoglienza nella società.<br />
 </em><em>Ogni anno, in certi eventi come la Natività di Nostro Signore, o per la Santa Pasqua, ci sentiamo naturalmente tutti più Buoni, ma penso che al punto in cui siamo arrivati, non si tratta soltanto di fare qualche opera buona, ma di operare giustizia facendo “posto” nella società, così sfacciatamente opulenta, a coloro che vivono ai margini, perché anche noi siamo parte integrante di questa nostra società. (…)<br />
 </em><em><br />
 Se aiuteremo la barca<br />
 </em><em>di nostro fratello ad <br />
 </em><em>attraversare il fiume, <br />
 </em><em>anche la nostra barca <br />
 </em><em>avrà raggiunto la riva.<br />
 </em><em>Buon Natale<br />
 </em><br />
 Santità, credo che commentare una lettera di questo genere non potrebbe che sminuirne i contenuti.  Vorrei solo aggiungere che questo dimostra come la custodia cautelare in carcere deve essere disciplinata in modo tale da rappresentare una misura veramente eccezionale. E che una sanzione effettiva dopo la condanna deve coniugare entrambi i valori posti a fondamento di essa dalla Costituzione: la riparazione e la rieducazione.<br />
 È con questi sinceri e profondi sentimenti, sicura di farmi interprete del comune sentire di tutti i presenti, che Le formulo un caloroso ringraziamento ed un vivo augurio per la prosecuzione della Sua opera pastorale.</p>
<p><a href="http://coopgiotto.org/?p=1173">Il discorso di Benedetto XVI</a></p>
<p><a href="http://coopgiotto.org/?p=1175">Il dialogo tra Benedetto XVI e i detenuti</a></p>
<p><a href="http://coopgiotto.org/?p=1187">Il commento del Ministro della Giustizia Paola Severino</a></p>
<p><a href="http://coopgiotto.org/?p=1185">Il saluto del cappellano del carcere di Rebibbia don Sandro Spriano</a></p>
<p><a href="http://coopgiotto.org/?p=1189">L&#8217;editoriale di Avvenire di domenica 18 dicembre 2011</a></p>
<p><a href="http://coopgiotto.org/?p=1191">«Strudel speciale per il Pontefice»</a></p>
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		<title>Il commento del ministro della Giustizia Paola Severino</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Dec 2011 18:57:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea</dc:creator>
				<category><![CDATA[eventi]]></category>

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		<description><![CDATA[Visita di Benedetto XVI alla Casa Circondariale di Rebibbia - 18 dicembre 2011
Discorso del Santo Padre]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>IlSussidiario.net</em>, 20 dicembre 2011</p>
<p style="text-align: justify;">E’ estremamente difficile anche solo cercare di descrivere i sentimenti suscitati dalla visita del Papa a Rebibbia in chi ha avuto la fortuna di parteciparvi.<br />
 In primo luogo il calore umano, che superava ogni barriera ed ogni pregiudizio è stato veramente straordinario: trovarsi con 300 detenuti per ogni specie di reato, senza mai provare un solo momento di timore o di disagio, ma sentire, al contrario, un solo afflato che ci univa tutti e ci portava verso pensieri di speranza e di redenzione.<br />
 In secondo luogo, la spontaneità ed il profondo sentire che accompagnavano le domande e le preghiere preparate dai detenuti: quale carica di saggezza, di dolore ma anche di fede sgorgavano da quelle parole lette con voce commossa da uomini i cui pensieri erano resi profondi da lunghe ore e giorni trascorsi da soli, a confronto con la propria coscienza ed il senso delle proprie colpe.<br />
 Ed ancora e soprattutto, la grandezza di un Papa che ha saputo coniugare umanità e teologia, dando al Suo discorso ed alle Sue risposte una dimensione universale che ha abbracciato insieme morale cristiana e morale laica, accomunandole nella ricerca di una strada che porti alla riabilitazione ed al reinserimento sociale del detenuto.<br />
 Nell’attraversare le due ali di folla che ci circondavano e ci tendevano la mano all’uscita dalla chiesa, cercando il nostro conforto, ho pensato che un solo momento come quello poteva illuminare il percorso di un’intera vita.<br />
 Il mio pensiero va, pieno di gratitudine, a chi ha reso possibile tutto ciò.</p>
<p style="text-align: justify;">Paola Severino</p>
<p><a href="http://coopgiotto.org/?p=1173">Il discorso di Benedetto XVI</a></p>
<p><a href="http://coopgiotto.org/?p=1175">Il dialogo tra Benedetto XVI e i detenuti</a></p>
<p><a href="http://coopgiotto.org/?p=1178">Il saluto del Ministro della Giustizia Paola Severino</a></p>
<p><a href="http://coopgiotto.org/?p=1185">Il saluto del cappellano del carcere di Rebibbia don Sandro Spriano</a></p>
<p><a href="http://coopgiotto.org/?p=1189">L&#8217;editoriale di Avvenire di domenica 18 dicembre 2011</a></p>
<p><a href="http://coopgiotto.org/?p=1191">«Strudel speciale per il Pontefice»</a></p>
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		<title>Natale dietro le sbarre</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Dec 2011 18:57:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea</dc:creator>
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		<description><![CDATA[mattino di padova, martedì 27 dicembre, pagina 19
di Marco Pozza
Dietro le sbarre abitano uomini con un passaporto di ferro e cemento: e tanti anni da scontare nel ventre di una patria galera. Il loro è un paese “ingabbiato” dal nome strano: Casa di Reclusione Due Palazzi. Siamo alla periferia della città di Padova, fuori dalle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>mattino di padova</em>, martedì 27 dicembre, pagina 19</p>
<p><strong>di Marco Pozza</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dietro le sbarre abitano uomini con un passaporto di ferro e cemento: e tanti anni da scontare nel ventre di una patria galera. Il loro è un paese “ingabbiato” dal nome strano: Casa di Reclusione Due Palazzi. Siamo alla periferia della città di Padova, fuori dalle sue mura: i lupi devono vivere nella foresta. Eppure, se scrutati nel volto, lupi non lo sono. O, perlomeno, non lo sono sempre stati. Magari non lo saranno più. Sono “avanzi di galera” dentro i quali batte ancora un fremito di vita. In questo paese strano il quartiere si chiama “sezione”, i monolocali si chiamano “celle” e il sogno più bello si chiama “libertà”. Dietro ogni numero di matricola c&#8217;è un uomo che vive, o tutt&#8217;al più sopravvive. Anche in carcere è Natale. “Buon Natale”. Suona strano quest&#8217;augurio dietro le sbarre. «Sembrerà anche strano stringersi la mano dietro le sbarre – ci confida G., 43 anni -, eppure anche per noi un Bambino è nato. E per alcuni di noi è rimasto l&#8217;ultimo Volto al quale aggrapparsi per non smarrire la speranza nelle nostre vite. L&#8217;Unico che possa entrare e uscire senza tutta la trafila di permessi. E questo, mi creda, non è poco per chi come me nella vita ha fallito il bersaglio perdendo il tutto che aveva». Sotto l&#8217;albero di Natale i bambini sognano di trovare sorprese gradite. E qui qual è il regalo più gradito. «Qualcuno potrebbe pensare alla libertà come al dono più ricercato – spiega L., 65 anni -. Il regalo più bello, che per me equivarrebbe ad un sogno, sarebbe invece la possibilità di non essere più il “fermo immagine” che tutti ricordano ma una persona che, dopo aver scontato la pena fino in fondo, ha il diritto di ripartire. Per riassaporare le piccole cose della vita». Chi spera vive, chi dispera è a rischio d&#8217;estinzione. Che effetto fa il termine “speranza” qui dentro? «La speranza nasce dal fondo dell’abisso, come l&#8217;alba sorge nel profondo della notte &#8211; riflette A., parecchi Natali passati qui -. Se sono ergastolano e di me c&#8217;è scritto “fine pena mai”, ecco che può esplodere la bellezza dell&#8217;uomo: sei senza futuro, eppure un futuro lo devi per forza tentare. La salita è durissima, ma noi ce la faremo. Siamo come delle anatre: sopra l&#8217;acqua sembrano andare lentissime ma sotto con le zampette fanno un gran lavoro, pur non dandolo a vedere. Il carcere è un concentrato di domande: una mattina potresti pure trovare una risposta. Lavoriamo per farci trovare pronti all&#8217;appuntamento. Almeno stavolta». “Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi”. Stavolta il proverbio s&#8217;inceppa. «S&#8217;inceppano i proverbi perchè s&#8217;inceppa la vita &#8211; riflette D., 36 anni -. Qui dentro tutto è illogico, come forse lo siamo stati parecchi di noi in passato. Eppure dentro questa illogicità oggi è festa. Ci basterà poco per far festa: una fetta di dolce, un brindisi in cella o forse anche solo sapere che per qualcuno siamo ancora uomini. Natale serve anche per questo: ricordarci che il nostro cuore batte come quello degli uomini liberi». “Oggi è nato per voi il Salvatore”. Forse occorrerebbe ricordarsi più spesso che Dio continua a nascere anche dentro le galere. «Questo è un paese strano – ci confessa G., uno dei veterani – dove il Natale non capita solo una volta all&#8217;anno: ogni volta che nasce un piccolo gesto di bontà pensiamo che poi non è tutto così male dentro di noi. La prima domenica d&#8217;Avvento abbiamo partecipato anche noi al Banco Solidale per le famiglie in difficoltà: quasi 400 chili di generi alimentari sono partiti dalle nostre celle per destinazioni a noi sconosciute. Qualcuno di noi adotta dei bambini a distanza. C&#8217;è chi dipinge quadri e devolve il ricavato in beneficenza. Eppoi c&#8217;è chi soffre come un cane e non molla la speranza: qui dentro Natale significa credere che l&#8217;uomo è capace di tutto, anche delle più inaspettate riprese. Anche questo è il carcere: scrivetelo!». Il carcere l&#8217;hanno spostato in periferia: metafora bella della postazione riservata ai perdenti. Per di più le celle dovrebbero essere chiuse e le chiavi gettate in mare. «La storia dell&#8217;uomo la scrivono i vincitori – riflette G., 39 anni – quella di Dio l&#8217;hanno scritta i perdenti. Dal primo momento in cui sono entrato mi sono imposto di non fare la vittima: chiedo semplicemente di pagare la pena giusta nella maniera giusta. Ho sbagliato e sto pagando, pur sapendo che nessuna pena potrà mai farmi accettare il male commesso. Sono uno di quelli che non avrebbe voluto che quest&#8217;anno arrivasse Natale. Oggi è una giornata dura». Il rumore delle chiavi, lo strillare dei gabbiani, il cigolìo dei cancelli: il carcere è una confusa “sala d&#8217;aspetto”. Eppure qui si studia e si riflette. In biblioteca c&#8217;è una scritta: “una mente che si coltiva trova sorgenti inesauribili in tutto ciò che ci circonda”. «La mia fortuna – spiega P., 37 anni – è la passione per la lettura. Per me leggere diventa la possibilità di entrare dentro un mondo diverso da quello che mi circonda e poter immaginare un altro modo di essere uomo. E&#8217; fatica riaccendere il pensiero dopo anni di risorse sprecate. Guardiamo al positivo: adesso fatico il doppio ma trovo un doppio sapore in ciò che prima era insignificante». Il profumo dei panettoni, l&#8217;arte dei maestri pasticceri, l&#8217;orgoglio di sentirsi protagonisti di un riscatto sociale. Il carcere è anche un paese che lavora. «Come dice il nostro cappellano: “le mani che prima hanno ferito adesso impastano la dolcezza”. Mi ritengo una persona fortunata – ammette F., lavorante presso la “Cooperativa Giotto” -: ho un lavoro, mi sento vivo e protagonista di un&#8217;avventura umana che mi sta risanando. Dentro un mondo di ferro e cemento qualcuno mi ha dato la possibilità di rialzarmi. Come diceva Guareschi, il mio scrittore preferito: “L’uomo è fatto così, signora Germania: di fuori è una faccenda molto facile da comandare, ma dentro ce n’è un altro e lo comanda solo il Padre Eterno”. Lui lo disse durante l&#8217;esperienza del lager. Io lo ribadisco nel tempo della galera. E&#8217; questo per me il Natale». Domenica 17 dicembre il Papa è entrato nel Carcere di Rebibbia: simbolicamente è come fosse entrato in tutte le carceri d&#8217;Italia. «Questo Papa è un rivoluzionario – dice R., ergastolano &#8211; L’unica persona che possa smuovere oggi le coscienze degli uomini che comandano. L&#8217;ho visto in televisione e quando ha detto &#8211; rispondendo alla domanda di un detenuto &#8211; “anch&#8217;io ti voglio bene” ha ricordato al mondo che l&#8217;uomo si rieduca solamente amandolo. Siamo uomini difficili da amare e forse proprio per questo siamo i più bisognosi di amore». Un augurio alla città di Padova. Per tanti di voi rimarrà, nel bene e nel male, una “città d&#8217;adozione”. «E&#8217; una poesia nata e scritta nel binario morto della mia sezione – confida A., ergastolano ed ex-analfabeta: Da trascorrere sono così lunghe le ore / che al mattino son pieno di dolore. / Anche se le mie ossa son così stanche / e i miei capelli son diventati bianchi / da lungo tempo aspetto il mio destino, / con speranza attendo l&#8217;amato mattino / porgermi la mano solare. / Così l&#8217;animo mio torna a sperare». La chiave chiude il blindato e l&#8217;agente si lascia scappare un sorriso: “defendere spem munus nostrum” (“diffondere la speranza è il nostro compito”) è il motto della Polizia Penitenziaria. Forse a Natale a qualcuno è scappata pure una stretta di mano: quando ti è tolto tutto, basta poco per far festa. Sullo stipite della sezione qualcuno ha scarabocchiato una frase. E&#8217; di Cicerone: “La libertà soppressa e poi riconquistata è più dolce della libertà mai messa in pericolo”. E&#8217; la speranza che non morirà mai. Nonostante tutto.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://coopgiotto.org/wp-content/uploads/2011/12/natale-dietro-le-sbarre-ma271211.pdf">leggi il PDF</a></p>
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		<title>Il saluto del cappellano di Rebibbia don Sandro Spriano</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Dec 2011 18:57:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Visita di Benedetto XVI alla Casa Circondariale di Rebibbia - 18 dicembre 2011
Discorso del Santo Padre]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Due anni fa, nella vigilia della Festa della Vergine Assunta in Cielo i giornali quotidiani hanno pubblicato un mio sogno… raccontato così:<br />
 <em>“Caro Papa Benedetto, ho fatto un sogno…<br />
 </em><em>È il 15 di agosto, per noi cristiani la festa della Vergine Maria Assunta in cielo, per tutti i vacanzieri il giorno di Ferragosto, culmine e simbolo delle ferie. Al mare, in montagna, nei paradisi esotici non c&#8217;è più un posto libero!<br />
 </em><em>E nemmeno nelle nostre patrie galere! Il tutto esaurito!<br />
 </em><em>Allora ho immaginato che tu caro Santo Padre, la mattina del quindici ti presenti qui a Rebibbia, senza scorta e senza insegne. I poliziotti penitenziari, dopo lo sbigottimento iniziale, ti accompagnano emozionatissimi all&#8217;area verde antistante la Chiesa del Padre Nostro dove tutto è pronto per celebrare la Solennità dell’Assunta. Stupore, incredulità e tanta meraviglia sono evidenti sul volto dei trecento detenuti seduti sulla gradinata: ti fanno un applauso di almeno dieci minuti! Intanto io, più sorpreso ed incantato di loro, ti cedo la casula della presidenza e celebriamo insieme l’Eucaristia.<br />
 </em><strong><em>Finisce la celebrazione, cominciano gli abbracci</em></strong><em>, le suppliche sussurrate al tuo orecchio, mentre ti bagnano il viso con lacrime di gioia. Grazie!<br />
 </em><strong>Mi sveglio dal sogno…<br />
 </strong>ora davvero lei Padre Santo è venuto a trovarci… GRAZIE!<br />
 <strong>La supplico Padre Santo</strong>, perché possa convincere, primi fra tutti, gli “uomini qui presenti e tutti i detenuti” che in questo momento l’ascoltano dai televisori delle stanze di detenzione in Italia e nel mondo, a reimpiantare nel cuore il desiderio e l’ansia della RICONCILIAZIONE che noi Cappellani, Sacerdoti e Seminaristi volontari (qui presenti) proclamiamo ogni Domenica in questa chiesa e nelle diciassette Cappelle di reparto: la RICONCILIAZIONE con se stessi, la RICONCILIAIONE con la società, la RICONCILIAZIONE con Dio Padre,: perché questo è il fine ultimo della morte e risurrezione di Gesù Cristo, ed è la nostra salvezza!<br />
 <strong>La supplico Padre Santo</strong>, perché convinca i “cristiani che formano il Popolo di Dio fuori da queste mura” a pregare per chi è in prigione: uomini donne bambini anziani che hanno sbagliato e peccato come sbagliamo e pecchiamo tutti, hanno compiuto azioni anche orrende e provocato tragedie spesso insanabili, ma restano e sono Figli di Dio bisognosi di consolazione e di amore e desiderosi di essere considerati  nostri fratelli e nostre sorelle.<br />
 A nome mio e di tutti i detenuti chiedo perdono per le nostre colpe e per le sofferenze inflitte ad altri uomini e donne; e vorremmo poter ricomporre le rotture e le separazioni che abbiamo provocato con le nostre azioni… Ma non vogliamo  essere per sempre identificati con le nostre azioni sbagliate. Chiediamo di poter tornare nella società senza il marchio di ‘mostri del male’…<br />
 <strong>Mi auguro Padre Santo</strong>, che anche i nostri governanti e i nostri parlamentari leggano in questo “segno dei tempi” della Sua visita &#8211; e il ministro della giustizia ha immediatamente accolto questo segno affermando “<em>Il mio impegno per il carcere è un impegno estremamente forte… Questa visita credo che non solo recherà conforto a coloro che la riceveranno, ma darà un segnale molto importante della presenza nei nostri cuori, nel nostro spirito e nelle nostre menti del problema del carcere come uno dei problemi fondamentali della nostra vita e del nostro assetto sociale.”, </em>leggano tutti l’urgenza di coniugare le esigenze della giustizia umana con quelle della misericordia e del perdono: perché questa è la GIUSTIZIA scritta nel cuore di ogni uomo, perché questa è la GIUSTIZIA da riscrivere nello spirito di ogni legge e da concretizzare nelle sentenze di ogni tribunale: salvare insieme Abele e Caino, usando l’audacia del perdono e dell’accoglienza e liberando il cuore e le norme da sentimenti di vendetta!<br />
 <strong>Le confido Padre Santo che questa Chiesa in questo carcere romano è sofferente ma viva.</strong> Tanti uomini di questa chiesa fatta di detenuti, di poliziotti penitenziari, di direttori e di tanti altri operatori si vogliono bene, lavorano sodo insieme per migliorare la dignità e favorire la libertà di ognuno, tanti ascoltano la Parola di Dio e si mettono in cammino verso nuovi ciueli e una terra nuova!<br />
 Il suo Vicario il Cardinal Vallini, il Vescovo ausiliare di questo Settore, la Caritas di Roma, i Preti e i Seminaristi, i Volontari laici e religiosi che entrano in questo Istituto annunciano e testimoniano quotidianamente, con passione e generosità concreta, l’amore preferenziale della Chiesa di Roma per queste sorelle e fratelli più deboli, bisognosi e desiderosi di far ritorno nella casa del Padre.<br />
 E noi due Cappellani, don Roberto e il sottoscritto, rinnoviamo di fronte al nostro Vescovo l’accettazione e l’impegno della missione sacerdotale che ci è stata affidata e che da più di vent’anni portiamo avanti con gioia.<br />
 Due anni fa terminavo il racconto del mio “sogno” con queste parole:<br />
 “Padre Santo, non ci dimentichi nella Festa dell’Assunta, anche noi vogliamo salire in cielo!”.<br />
 Oggi aggiungo: ogni domenica, è un impegno solenne, venendo in questa chiesa e passando davanti al ‘cipresso’ che ci ha donato, noi pregheremo per Lei, Padre Santo. Le vogliamo bene!</p>
<p><a href="http://coopgiotto.org/?p=1173">Il discorso di Benedetto XVI</a></p>
<p><a href="http://coopgiotto.org/?p=1175">Il dialogo tra Benedetto XVI e i detenuti</a></p>
<p><a href="http://coopgiotto.org/?p=1178">Il saluto del Ministro della Giustizia Paola Severino</a></p>
<p><a href="http://coopgiotto.org/?p=1187">Il commento del Ministro della Giustizia Paola Severino</a></p>
<p><a href="http://coopgiotto.org/?p=1189">L&#8217;editoriale di Avvenire di domenica 18 dicembre 2011</a></p>
<p><a href="http://coopgiotto.org/?p=1191">«Strudel speciale per il Pontefice»</a></p>
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