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il valore sociale

Nell’ottica di un “bilancio sociale” dove la cooperativa rende conto della sua attività ai suoi stakeholder interni ed esterni, in termini di benefici e minori costi sociali per la società civile, intendiamo qui di seguito individuare e illustrare il “valore” insito nell’inserimento lavorativo di un detenuto internato.

Il primo livello di analisi naturalmente appartiene alla sfera della persona e, anche se le voci non hanno un diretto corrispettivo economico, sono comunque da comprendere per ottenere una visione completa:
1. Dare la possibilità in un contesto disumanizzante come il carcere di accedere a un percorso di recupero e di integrazione attraverso il lavoro a chi magari non ha mai lavorato in vita sua, significa offrire l’occasione della vita per scoprire o riappropriarsi di capacità e libertà proprie fondamentali.
2. Misurarsi con l’autorità di un responsabile, con il rispetto dei compiti assegnati, con il rispetto dei tempi e delle procedure di produzione, con le dinamiche di un lavoro di gruppo, con il senso di sacrificio e di fatica, ma anche con la soddisfazione per il frutto del proprio impegno e della propria professionalità e quindi con la giusta ricompensa, spalanca il mondo della “normalità” e perciò l’opportunità di un concreto rientro nella società civile con un bagaglio umano e professionale adeguato.
3. Il tutto va considerato sempre all’interno di un percorso programmato fatto di formazione, accompagnamento al lavoro e monitoraggio costante e ciò permette anche di sospendere un inserimento senza creare danni sociali esterni se il soggetto si rivela inidoneo.

Per il secondo livello è utile considerare i seguenti punti:
1. Un detenuto costa in media alla collettività € 250,00 al giorno (58.000 detenuti in Italia x €250/giorno x 365 giorni = €5.292.500.000/anno).
2. Al detenuto che lavora l’Amministrazione trattiene una quota relativa al vitto e all’alloggio in carcere.
3. Un detenuto che lavora contribuisce a migliorare la qualità della vita interna (minor tensione e miglioramento delle condizioni); ciò si traduce in un impegno meno oneroso per gli agenti di sorveglianza (ricordiamo che essi costituiscono una delle voci di spesa più importanti e sono sempre sotto organico per mancanza di fondi).
4. Un detenuto che lavora significa anche un comportamento personale con minori deviazioni e quindi minori ostacoli per accedere alle misure alternative alla carcerazione e uscire più velocemente per lavorare all’esterno e completare il percorso di inserimento e integrazione; tutto ciò comporta anche qui minori costi.
5. Se il percorso di inserimento è sostenuto fino alla sua conclusione esterna, un lavoro stabile all’esterno con uno stipendio regolare, una formazione di base e professionale acquisita, una rete di relazioni consolidata contribuiscono in maniera determinante ad aiutare il detenuto a rientrare nella società sapendo affrontare i problemi più importanti come quello di essere economicamente indipendente, avere una casa o costruirsi una famiglia; tutto ciò consente un abbattimento drastico della recidiva: la nostra esperienza pur nel suo piccolo è estremamente significativa, in quanto a fronte di una media nazionale dell’78%, la recidiva tra coloro che in questi anni hanno lavorato nella nostra cooperativa arriva appena al 15%.
6. Una recidiva bassa vuol dire abbattimento dei costi sociali: minori forze dell’ordine per la sicurezza dei cittadini, minori spese a carico del sistema della giustizia (minori investigazioni, minori processi), minori spese di amministrazione penitenziaria (per esempio in prospettiva anche l’eliminazione della necessità di costruire nuove carceri).

E qual’è il costo non solo sociale ma anche economico che una persona disabile, un tossicodipendente, un alcolista può avere una volta inserito in un contesto lavorativo, anziché affidato all’assistenza pubblica?

I disabili solo in Veneto sono 184 mila, in Italia secondo le stime più prudenti oltre 4 milioni e che il costo della sola assistenza al disabile psichico e fisico nel 1998 è stata di 5.400 miliardi di lire. Anche in questo caso va da sé che progetti come la nostra serra didattica in cui i disabili crescono in autonomia e responsabilità produce un miglioramento della qualità per tutti, collettività, disabili e le loro famiglie.

Sono dati che ci confermano qual’è l’emergenza da affrontare e la strada da percorrere. Insegnare ed offrire un lavoro sono soluzioni stabilie durature, che rappresentano il punto di svolta per la persona svantaggiata e la garanzia di una migliore qualità della vita per la collettività.

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